martedì 21 novembre 2017

100 anni di foto Leica; al Vittoriano si celebrano i Grandi Maestri




Non ho mai abbondato la Leica, qualunque altro tentativo mi ha sempre fatto tornare da lei. Per me è la macchina fotografica.


Con queste parole Henri Cartier-Bresson descrive la macchina fotografica con cui realizzò i suoi più grandi capolavori.

                                   

Dal 16 novembre, al Complesso del Vittoriano, una mostra racconta i 100 Anni di fotografia Leica; la compatta "Ur-Leica", infatti, rivoluzionò il modo di fare fotografia, sostituendo i pesanti apparecchi  usati fino a quel momento.
In mostra sono esposte, 350 stampe originali dei fotografi che utilizzarono la Leica dagli anni '20 del '900 fino ad oggi, filmati, locandine vintage, riviste storiche e prime edizioni di libri.
Risultati immagini per bacio fotoDal bianco e nero al colore, dai primi scatti dell’inventore Oskar Barnack alla rivoluzione del digitale, dalle foto che hanno fatto la storia come quella che ritrae Che Guevara realizzata da Alberto Korda, all'iconico Bacio di Alfred Eisenstaed, al ritratto di Kate Moss di Paolo Roversi, e poi ancora dai reportage di guerra di Robert Capa alle fotografie di moda di Christer Strömholm, scopriremo  l'eclettismo della Leica, che ieri, come ancora oggi, viene utilizzata da fotografi e per scopi molto diversi.

                                       

Oltre ai famosissimi scatti del già citato  Henri Cartier-Bresson, Elliott Erwitt e Gianni Berengo Gardin la mostra del Vittoriano ci darà la possibilità di avvicinarci al lavoro di numerosi maestri che nell'ultimo secolo hanno scritto, con i loro obiettivi, la storia della fotografia firmata Leica.

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                                                                                                 Anna Carla Angileri





giovedì 21 settembre 2017

Picasso: tra cubismo e classicismo

Parlare di Picasso è complicato.

Benchè sia un artista sulla bocca di tutti, che ognuno può nominare una volta nella vita ("Picasso? Si certo, Guernica, Les Demoiselles, il periodo blu e il periodo rosa"), conoscerlo a fondo non è scontato, essendo lui stato nella sua carriera pluridecennale un assiduo sperimentatore e scopritore di inediti linguaggi pittorici.

La mostra in corso alle Scuderie del Quirinale si concentra sul solo decennio 1915 – 1925, anni prolifici segnati da viaggi in Italia e nel Mediterraneo, dalla collaborazione con poeti e musicisti e dal matrimonio con Olga Chochlova.

Nel 1915 la via del cubismo era già stata presa, e con essa la smantellazione della forma e l'apertura alla quarta dimensione, la mostra si apre infatti con opere del tardo cubismo quali Homme à la cheminée e Homme accoudé à une table e Arlequin.

In seguito Picasso si trasferisce a Roma per lavorare ai costumi del balletto Parade, grazie al quale conosce la prima moglie. La seconda è la sala dei ritratti, predomina il tema circense e popolare: Arlecchino, Pierrot, giovani abitanti italiani, Olga. Nelle varie versioni dell'Arlecchino si vedono le sue sperimentazioni sulla linea: dal tratto breve e deciso dell'ancora cubista Arlequin et femme au collier, al tratto dolce e sinuoso che crea il ritratto incompiuto ricco di fascino dell'Arlecchino bambino.

Mentre dalle opere della seconda sala si evince l'influenza del soggiorno a Roma, nella sala 3 il filo conduttore è la classicità intesa come grandezza. Dopo aver visto le statue della collezione Farnese del Museo Acheologico di Napoli, Picasso reinventa il classicismo con figure a carattere mitologico ma dalle dimensioni colossali e imponenti, che stupiscono per l'essere comunque verosimili e "reali".

La prima parte della mostra continua sul segno dell'influenza che i viaggi in Italia ebbero su questa parte della sua produzione, insieme al lavoro come costumista e scenografo, l'apice di questo periodo è segnato dal capolavoro La danse.

La seconda parte invece è una collezione di memorabilia della sua vita in Italia, dal soggiorno all'Hotel de Russie allo studio in Via Margutta. Cartoline, foto, schizzi, disegni… i documenti sono molti e molto preziosi, un interessantissimo excursus nella quotidianità dell'artista.

Questa mostra è il frutto di due anni di preparazione e la collaborazione di grandissimi musei quali il Centre Pompidou e il museo Picasso a Parigi, la Tate di Londra, il Moma e il Guggenheim di New York. Un'occasione unica che ci è stata data nella nostra città, una mostra da visitare con interesse e curiosità, se ne sarà ripagati.


Alessandra Florio

giovedì 29 giugno 2017

Giorgione e i labirinti del cuore

E’ in corso da pochissimi giorni e per i prossimi tre mesi una nuova e interessantissima mostra che si inserisce sia, in un ampio contesto di curiosi, appassionati, turisti e amatori, nel quadro dell’offerta culturale estiva della città, sia, in un’ottica più specifica, nell’ambito della ricerca e del dibattito culturale di settore. Si tratta della mostra "I labirini del cuore: Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma"

Nomen omen, il soggetto dell'esposizione sono i sentimenti, in questo caso il ventaglio emotivo legato al magnifico ed enigmatico quadro di Giorgione "I due amici", conservato nella collezione permanente del museo di Palazzo Venezia.

Il percorso inizia con un excursus storico sui rapporti tra Roma e La Serenissima nel 500, sulla decisione da parte del Cardinale Pietro Barbo, futuro papa Paolo II, di far costruire un Palazzo di Venezia a Roma e sul ruolo che questo palazzo situato nel cuore dell'Urbe ha avuto nel tempo. Importanza particolare è stata assegnata alla documentazione multidisciplinare: ogni soggetto è stato analizzato e reso con quadri, libri originali dell'epoca, oggetti, pannelli di supporto, musiche eseguite per l'occasione e ascoltabili grazie all'audioguida gratuita.

La visita si snoda tra i vari ambiti fino ad arrivare al celebre quadro, ma labirintico non è solo il cuore, labirintiche sono anche le sedi scelte, non solo a Palazzo Venezia ma anche a Castel Sant'Angelo il filo conduttore del sentimento amoroso ci guida alla scoperta di nuove nuances e antichi codici linguistici. Questa volta nei magnifici appartamenti papali, che finalmente possono ospitare quadri di grande pregio grazie agli adeguamenti impiantistici.

Dal punto di vista scientifico e filologico, la mostra si inserisce in un filone non ancora esaurito di attribuzioni, commenti e analisi su alcuni preziosi quadri, ma vuole superare la dicotomia "Giorgione sì, Giorgione no"o "Tiziano o Lotto?" e  apre nuove strade agli studiosi che la visiteranno.
Insomma, un'occasione per rivisitare due palazzi magnifici e per compiere un percorso a ritmo di madrigale nei meandri del sentimento, lì dove grandi artisti dei secoli passati si sono afferti di condurci.







Alessandra Florio  

martedì 6 giugno 2017

MACROMANARA - Tutto ricominciò con un’estate romana


In occasione della terza edizione di Arf! Festival (26-28 maggio) è stata inaugurata la mostra Macromanara – Tutto ricominciò con un’estate romana, dedicata al fumettista trentino Milo Manara. L’esposizione, aperta fino al 9 luglio, ripercorre la carriera del maestro dell’eros e regala ai visitatori la possibilità di ammirare da vicino numerose tavole.



Amatissimo in Francia, Manara torna a far parlare di sé alla Pelanda, con le sue donne sensualissime, quasi eteree. «Non mi vergogno di essere definito il fumettista dell’eros» ha affermato durante la conferenza stampa «Continuerò a trattare questo argomento perché è una delle colonne portanti della vita. Inoltre questa etichetta mi rende più riconoscibile rispetto agli altri. È vero però che ho disegnato tanto altro per tutta la mia vita e mi dispiacerebbe essere ricordato solo per i miei fumetti erotici: è come se tutto il resto fosse stata una perdita di tempo». 



Si parte dagli anni Settanta fino ad arrivare ai giorni nostri. La mostra inizia proprio con l’esposizione degli ultimi graphic novel del maestro, come Caravaggio (La Tavolozza e la spada) e I Borgia. Il tuffo nel passato arriva con HP e Giuseppe Bergman (1978) e con Tulum (1986), disegnato da Manara, ma uscito direttamente dalla penna di Federico Fellini. Degli anni Novanta ci sono invece alcune tavole di El Gaucho (1994), Gullivieriana (1996) e L’Asino D’oro (1999). Per finire in bellezza, le magnifiche illustrazioni a colori dello “Zodiaco” (2014) e quelle per la Marvel.


Tutte le info al link.

Anna Maria Parente




sabato 3 giugno 2017

Metti un sabato dalla Piramide Cestia alla Porta di Via Ostiense

Una mattinata piacevole, quella trascorsa con l’Associazione culturale Ars in Urbe, alla scoperta e riscoperta di due monumenti romani, fin troppo noti, ma mai fino in fondo.

La visita inizia alla Piramide Cestia e la guida, Cristina Cecchini, è un mix di preparazione, professionalità e passione e non lesina informazioni di natura sociale, economica, politica, ecc.
Apprendo così che il monumento funebre si ispira alle piramidi egiziane, ma alla lontana, differendone per tecnica costruttiva e per forma. Che il proprietario  - Caio Cestio- è un ricchissimo senatore facente parte del collegio dei Septemviri Epulones, il quale, per testamento, obbliga gli eredi a costruire in meno di un anno la sua Piramide, pena la perdita dell’eredità; che tra i suoi eredi figura addirittura Agrippa,  “quello del Pantheon” come detto con fare partecipante da un visitatore; che….tanti altri notevoli che… fino al momento clou, atteso con trepidazione, ovvero la possibilità di accesso all’interno della camera sepolcrale del monumento. 
Si tratta di una camera rettangolare, con pareti e volta a botte affrescate in terzo stile pompeiano: in riquadri bordati di rosso e con fondo bianco, compaiono vasi lustrali e figure femminili, interpretate come ninfe o sacerdotesse; mentre i grandi assenti sono gli affreschi raffiguranti il committente.
Accesso dei
"tombaroli"
In un periodo impreciso compreso tra la Tardo Antichità e il Medioevo, tali affreschi -collocati uno nella parete di fondo e l’altro al centro della volta- vengono portati via da "tombaroli", che violano la camera, scavando un cunicolo, il cui accesso è oggi segnalato dalla presenza di una grata, in un lato della piramide. Tre grandi buchi sono infatti l’amara sorpresa che si trova di fronte Papa Alessandro VII (1655-1667), quando fa scavare per la prima volta la Piramide. 
Nei secoli successivi, la Piramide ha subito vari interventi di restauro: nell’Ottocento, quando la punta si frantuma perché colpita da un fulmine e in occasione del restauro la si dota di un parafulmine; nel 1999, quando si lavora agli impianti di illuminazione e si munisce la facciata di ganci di rinforzo; e nel 2012, con la ripulitura di tutto il monumento grazie al contributo dell’imprenditore giapponese Yuzo Yagi, proprietario della Yagi Tsusho Ltd, come ricorda la targa, posta sulla soglia di accesso alla camera sepolcrale.

Il viaggio alla Piramide Cestia termina e la visita prosegue alla Porta di Via Ostiense, detta anche Porta di San Paolo, che ospita al suo interno il Museo di Via Ostiense.
Un’isola di storia in un mare di traffico, così si presenta oggi, a seguito dei lavori degli anni Venti del Novecento da un lato e delle demolizioni avvenute durante gli eventi bellici del 1943 dall’altro. Ma ovviamente così non era. Inserita nel sistema di mura, porte e posterule aureliane del III secolo, rinforzata e rialzata da Onorio nel V secolo, la Porta è di fondamentale importanza per due motivi: uno commerciale, conducendo verso Ostia e uno religioso-devozionale, conducendo i pellegrini verso la Basilica di San Paolo. Nel XVIII secolo, Porta San Paolo ospita il Dazio doganale, edificio ancor oggi presente ma con diversa funzione: quella di casa del Custode del Museo. Vedere la signora con le buste della spesa in mano aprire la porta di casa all’interno della Porta di Via Ostiense ed entrare è un qualcosa che solo a Roma può succedere!

La visita si conclude sul camminamento superiore scoperto, da dove apprezzo ancora una volta la bellezza mai scontata di Roma.

venerdì 5 maggio 2017

Una mostra in grande

Nell'ala espositiva del grande e magniloquente complesso del Vittoriano è stata appena inaugurata una mostra inedita e all'altezza delle aspettative: la prima retrospettiva italiana sugli oltre 50 anni di carriera di Fernando Botero.


Il Maestro in persona ha preso parte alla conferenza stampa e all'inaugurazione, omaggiando così gli invitati e i giornalisti presenti alla cerimonia. Il vernissage serale è stato aperto dai saluti delle istituzioni e dei curatori che ci tenevano a ringraziare l'Artista per aver scelto di festeggiare i suoi 85 anni nella nostra città contribuendo all'allestimento della mostra.


           


La retrospettiva presenta 50 opere pittoriche divise in 7 settori: 
- versioni da antichi - maestri,
- nature morte, 
- religione, 
-politica, 
-vita latino-americana, 
- nudi,
- circo, 
in totale 50 quadri di notevole dimensioni, e una sezione scultorea di cui 2 opere all'interno del percorso espositivo e la gigantesca scultura in bronzo Cavallo con briglie - di oltre una tonnellata e mezzo di peso e alta più di tre metri – nella piazza antistante il Vittoriano, visibile da tutti i passanti.

«Credo molto nel volume, in questa sensualità che nella pittura suscita piacere allo sguardo. Un quadro è un
ritmo di volumi colorati dove l’immagine assume il ruolo di pretesto».



Il volume è infatti la chiave comunicativa della sua opera: mentre i volti sono spesso seri e non lasciano trasparire emozioni, rendendo neutrale la posizione morale e psicologica dell'artista a favore della rappresentazione pura del soggetto, dalle emblematiche figure abbondanti e dalle dolci linee emerge una forte plasticità tridimensionale che evidenzia il colore uniforme e acceso senza contorni e ombreggiature.


Una mostra dal successo sicuro e nata sotto buoni auspici, la nostra visita è stata molto piacevole e il tempo è volato in fretta, ci auguriamo sarà così anche per voi!

Alessandra Florio








lunedì 3 aprile 2017

Palazzo Braschi si rinnova


Già un piccolo gioiello all'interno del panorama museale romano, adesso un indirizzo imperdibile per chiunque voglia scoprire o approfondire pezzi di storia e ritratti di vita di questa città.

Percorriamolo insieme: che si acceda da Corso Vittorio Emanuele o da piazza Navona ci si ritrova nell'ampio cortile centrale, la nostra visita inizia visitando le 3 piccole sale museali gratuite del centro di documentazione, piccole ma preziose, mentre in precedenza ospitavano delle installazioni temporanee, adesso ospitano un allestimento sulla storia di piazza Navona nel tempo.

Il maestoso scalone d'onore a multipla altezza riccamente decorato e voltato ci porta ai piani primo, che continua ad accogliere mostre di grande interesse e pregio, e secondo, inoltre, a disposizione dei visitatori con diverse possibilità motorie, c'è un ampio ascensore che porta fino al terzo e ultimo livello.




Arriviamo alle principali novità: le sale museali sono state rinnovate e ripensate secondo il filo conduttore “l'arte ti rispecchia”, il corso della visita è organizzato in modo non più cronologico ma tematico, l'offerta della collezione permanente è stata ampliata fino ad occupare il terzo piano, finora chiuso al pubblico.

Un gioco di specchi e riflessi accoglie il visitatore, l'arte si riflette nei vetri delle finestre e dei pannelli esplicativi e il visitatore si rivede anch'esso come parte integrante del contesto, tra magnifici quadri, arazzi e sculture, osservando con maggiore attenzione la meraviglia che lo circonda e l'opera d'arte di cui fa parte.

Il percorso è un'occasione per imparare o ricordare qualcosa sui luoghi perduti o trasformati di questa città e sulle tradizioni popolari che fino al secolo scorso animavano le feste e lo scorrere dei mesi, giochi e usanze di cui ora rimane forse un vago ricordo ma che sono parte di un prezioso bagaglio storico folkloristico da conservare e tramandare.

Il racconto storico adesso arriva fino ai giorni nostri e alla costruzione di Roma come la vediamo noi, con via dei Fori e via della Conciliazione, con i muraglioni dei lungotevere e piazza Venezia come una grande rotatoria. I supporti sono diversi e validi, dai pannelli esplicativi ai monitor interattivi fonti di immagini, a dei video dell'Istituto Luce, ai reperti trovati durante i vari scavi e demolizioni fino a plastici storici o di ricostruzione.

Dopo qualche ora di puro arricchimento culturale e un ultimo suggestivo affaccio su piazza Navona e i tetti del centro fino al Cupolone, uscendo dal museo il visitatore guarderà la propria città con occhio più consapevole e, se possibile, più innamorato.




Alessandra Florio